Parola di Faber
"Il massimo della libertà è il potere fuggire da ogni regola precostituita.
E in questo senso il folle è libero. Ma il mio non è un elogio alla follia, l'ha
già fatto un certo Erasmo. Comunque non capisco come chi esercita il potere non
si renda conto di non essere anche lui libero. Chi esercita il controllo sugli
altri, infatti, non è libero. Basta vedere come certe madri vanno in apprensione
per i figli, perdendo così ogni libertà. Eppure ci sono ancora del matti che
si divertono ad esercitare il controllo sugli altri..."
"Non c'è molta distanza tra certo anarchismo e certo misticismo. L'anarchismo
affonda le sue radici nel cristianesimo, visto che il Cristo filosofo è stato
il più grande anarchico di tutti i tempi insieme a Socrate. La solitudine a
cui inneggio, comunque, non porta all'egoismo ma diventa un mezzo per aiutare
gli altri. Credo infatti che chi non sa aiutare se stesso non possa aiutare
gli altri..."
"Mi fa paura questo sistema che considera gli uomini meno importanti dei
capitali: tant'è vero che i primi sono molto meno liberi di circolare dei
secondi. È una cosa ignobile e pericolosa..."
"Non vedo contraddizione: se ho scelto una vita a margine è proprio perché
non mi è quasi mai riuscito di conciliare l'immaginario con il reale, i
miei desideri con quelli di chi vorrebbe impormene altri. Mi chiedo sempre
se sia giusto andare contro i miei impulsi..."
Parole d'amore e d'anarchia – Faber raccontato da Fernanda Pivano
I suoi interlocutori, a diciassette anni, erano i compagni genovesi della Federazione
Anarchica Italiana di Carrara, senza nessuno che si comportasse da leader. Brassens
è stato per lui la conferma delle sue idee anarchiche, ma anche un esempio musicale
che gli ha dato aperture tecniche sull'uso della chitarra.
Si è ritrovato a inventare tarantelle non prendendo spunto dalla musica napoletana
ma dalle canzoni di Brassens, scoprendo solo più tardi, dieci anni fa, che lo stesso
Brassens aveva avuto una nonna e la mamma napoletane: cioè, imitando Brassens, imitava
un italiano.
Brassens a quattordici anni è diventato un suo maestro di vita, che confermava scelte
già maturate: era anarchico, viveva su un barcone della Senna; ma non ha mai voluto
incontrarlo per paura di restarne deluso. Così, quattordicenne, aveva cominciato a
cantare le canzoni di Brassens, ma anche quelle di Aznavour, di Gilbert Bécaud, di
Moulodji: solo a diciotto ne ha cantato una sua.
Cantava tutte le sere in un locale in piazza De Ferrari e gli davano settantamila
lire la settimana, il quadruplo di quello che prendeva un operaio. Già da adolescente
era turbato dai problemi sociali suggeriti da Brassens, ma anche da quelli morali
che contrastavano con quelli sociali. Ancora otto anni e Fabrizio, poco più che un
ragazzo, avrebbe affrontato quello che sarebbe rimasto il suo problema fondamentale,
la morale come complesso di leggi istituito dalla classe al potere: già allora ha
fatto una critica dei dieci comandamenti della morale corrente contrari a qualsiasi
senso sociale.
Ancora adesso Fabrizio si accende quando spiega: "È comodo dire "non rubare" o
"non desiderare la donna d'altri" quando si hanno soldi e concubine". I suoi
interlocutori, a diciassette anni, erano i compagni genovesi della Federazione
Anarchica Italiana di Carrara, senza nessuno che si comportasse da leader.
Brassens è stato per lui la conferma delle sue idee anarchiche, ma anche un
esempio musicale che gli ha dato aperture tecniche sull'uso della chitarra. Si
è ritrovato a inventare tarantelle non prendendo spunto dalla musica napoletana
ma dalle canzoni di Brassens, scoprendo solo più tardi, dieci anni fa, che lo
stesso Brassens aveva avuto una nonna e la mamma napoletane: cioè, imitando
Brassens, imitava un italiano.
Quando, osservando la realtà, si è staccato da lui e dalla famiglia, ha inventato
il suo stile: ha inventato De André. Forse senza rendersene conto ha inventato
il cantore delle più belle, struggenti, sofisticate poesie – non soltanto canzoni
– del nostro tempo. Ha inventato un De André che ha dovuto fare i conti con la sua
anarchia poetica che precedeva il Comunismo e i movimenti operaio e sindacale:
perché dal momento in cui negli anni Cinquanta aveva preso piede il marxismo, chi
non faceva coincidere la Sinistra col marxismo era considerato di Destra alla
maniera sovietica; mentre, dice Fabrizio, la differenza tra comunisti e anarchici
era che i comunisti si basavano soltanto su Marx e gli anarchici si basavano su
Bakunin e Stirner e la critica a Hegel.
I comunisti, dice Fabrizio, non sapevano che la guerra civile spagnola era stata
perduta dai Repubblicani perché nelle trincee gli anarchici (che costituivano il
maggior numero di combattenti) si trovavano a combattere due guerre: quella fuori
delle trincee contro i franchisti e quella dentro le trincee coi compagni delle
Brigate Internazionali che seguivano Stalin: questo, commenta Fabrizio, un anno
e mezzo prima che Stalin, chissà perché, firmasse attraverso Molotov e Ribbentrop
il patto di non aggressione con la Germania. Così nei primi mesi del 1936 le armi
sovietiche avevano smesso di arrivare al fronte, il che voleva dire che Stalin
malgrado tutti i suoi proclami, aveva maggior convenienza a veder instaurato in
Spagna l'ordine di Francisco Franco.
Le torve, orribili immagini della guerra, le perverse, funeste immagini della
politica avevano invaso la dolce baia col sole ormai tramontato. I papaveri rossi
della canzone di Piero erano ingigantiti nella mia memoria e forse anche in
quella di Fabrizio. Mentre si alzava , ha detto: "Quando è morto Stalin nelle
strade della Foce dove abitavo allora c'erano mazzi di fiori con la sua fotografia.
È la prima volta che ho visto il lutto vestito di rosso".
Dal Corriere della Sera, 3 Settembre 1997
Fonte:
www.canisciolti.info