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L'esportazione dei rifiuti nucleari italiani all'estero: imbroglio o realtà?

Nel 1997 Greenpeace denunciò la realtà del mercato clandestino dello smaltimento incontrollato di rifiuti, radioattivi e non, in Italia e l'esistenza di una rete di operatori economici e finanziari senza scrupoli che aveva tentato di effettuare, a volte con successo, operazioni illegali di smaltimento in Paesi poveri. Alla base delle attività rivelate in quel rapporto c'era un'unica preoccupazione: quella di liberarsi in fretta e a costi minimi delle scorie tossiche e radioattive prodotte in Italia e in altri Paesi industrializzati, spedendole verso territori poveri o seppellendole in fondali marini, senza curarsi né delle leggi esistenti in materia che proibiscono tali attività, né delle conseguenze per l'ambiente e la salute umana che simili operazioni avrebbero comportato.

Nel dicembre 2004, il governo italiano ha deciso di gestire direttamente e con la stessa logica i rifiuti radioattivi lasciati in eredità dalla scellerata stagione nucleare italiana: lontano dagli occhi lontano dal cuore. L'esportazione totale e definitiva delle 235 tonnellate di combustibile irraggiato ancora stoccato negli impianti nucleari di Trino Vercellese, Saluggia e Caorso (cioè il 99% della radioattività esistente presso gli impianti nucleari dimessi) è stata annunciata in grande pompa dalla Sogin, la società pubblica presieduta da un generale che ha l'esclusiva gestione di tutto il nucleare italiano, ed anche di più. Questo annuncio contraddice clamorosamente le scelte precedenti che avevano individuato nello stoccaggio a secco presso gli impianti esistenti la soluzione intermedia al problema, in attesa dell'individuazione di un sito di stoccaggio in Italia. A questo riguardo, la Sogin aveva già ordinato alla ditta tedesca GNB GbH un certo numero di contenitori (casks) per il contenimento del combustibile irraggiato ancora non trattato.

A cambiare le carte in tavola è il cosiddetto decreto Marzano del 2 dicembre 2004, cui ha fatto seguito l'ordinanza del Commissario Carlo Jean del 16.12.2004.
La gara internazionale per aggiudicare il contratto di esportazione partirà a giorni. A metà 2005 si prevede l'aggiudicazione, entro fine anno la conclusione delle pratiche autorizzative e all'inizio del 2006 il primo carico potrebbe partire: destinazione Sellafield, Inghilterra o La Hague, Francia. L'operazione potrebbe essere completata entro il 2007. Questo significa che in 24 mesi dovranno essere effettuati 70-80 trasporti eccezionali di combustibile irraggiato dall'Italia.
Non si conosce esattamente come verranno organizzate le spedizioni in quanto gli impianti interessati saranno tre, distribuiti in due regioni e tre province. Non è dato conoscere quale tipo di misure di sicurezza verranno adottate, quali siano i piani di informazione e protezione della cittadinanza e dell'ambiente. Dopo le operazioni di estrazione del plutonio dai rifiuti per confezionare qualche ordigno nucleare, questi dovrebbero rientrare in Italia, entro circa 20 anni.

Ma ecco un'altra sorpresa di Natale: i rifiuti si vorrebbe non farli tornare più. Un'ipotesi che caricherebbe altre popolazioni di un fardello pericoloso considerando che nel mondo esiste un solo sito geologico per lo smaltimento finale delle scorie nucleari, negli Stati Uniti, mentre paesi come Francia e Gran Bretagna sono ancora in fase di studio e sperimentazione.
E se invece i rifiuti nucleari torneranno in Italia, dove li metteremo? Scaduto il 9 gennaio 2005 il termine previsto dal cosiddetto decreto Scanzano (successivamente convertito nella legge n. 368 del 24/12/03) per l'individuazione del sito unico nazionale di deposito, nulla si è saputo ufficialmente: la legge è stata disattesa.
L'Italia si libererà delle proprie responsabilità a spese di qualcun altro?

L'esportazione "definitiva" dei rifiuti nucleari italiani non è possibile

La gestione delle 235 tonnellate di combustibile irraggiato ancora stoccati in Italia richiede un nuovo contratto e l'avvio di nuove procedure nei paesi importatori. Ma richiede, in ogni caso, la costruzione di un sito di stoccaggio nazionale.
Allo stato dei fatti, né la legge inglese né quella francese autorizzano gli operatori locali a tenersi i rifiuti nucleari stranieri "per sempre".
L'Inghilterra, grazie ad una modifica apportata ai propri regolamenti, annunciata nel dicembre 2004 potrebbe restituirci solamente i rifiuti ad alta radioattività, riducendo quindi il volume ma non la pericolosità dei residui da riconsegnarci. La Francia invece ce li rispedirebbe indietro tutti. Il ritorno dei rifiuti in Italia non avverrebbe comunque prima di 20 anni.
Il regalo di Natale agli italiani quindi verrà pagato a caro prezzo dall'ambiente e dalle popolazioni circostanti gli impianti di riprocessamento di Sellafield o La Hague che sono tra i siti più contaminati del pianeta. Ma finirà per essere a carico in ogni caso della prossima generazione di italiani, che si ritroveranno a dover cercare una soluzione che oggi non si ha né la volontà, né la capacità di trovare.

La Sogin ha dichiarato recentemente alla stampa inglese l'intenzione di "provare a lasciare" alla società BNFL, responsabile degli impianti di Sellafield, "tutto" il materiale radioattivo eventualmente esportato, nel caso BNFL si aggiudicasse il contratto. Eppure, visto che lo scopo delle operazioni di riprocessamento è quello di riutilizzare nelle centrali nucleari l'uranio recuperato, e visto che l'Italia non ha impianti nucleari attivi, l'operazione tentata da Sogin non trova alcun riscontro nelle legislazioni nazionali e convenzioni internazionali vigenti. Al contrario, lo schema proposto da Sogin è contrario almeno a 7 strumenti legali inglesi ed internazionali che regolano il settore dei rifiuti nucleari:

  • IAEA Joint Convention on the Safety of Spent Fuel Management and on the Safety of Radioactive Waste Management. (INFCIRC/546, 24.12.97).
  • IAEA Code of Practice on the International Transboundary Movement of Radioactive Waste. (INFCIRC/386, 13.11.90).
  • Council Directive 92/3/EURATOM on the supervision and control of shipments of radioactive waste between MemberStates and into and out of the Community (3.2.92).
  • UK Statutory Instrument 1993 No.3031 The Transfrontier Shipment of Radioactive Waste Regulations 1993.
  • UK Review of Radioactive Waste Management Policy Cm 2919 July 1995.
  • The Bergen Declaration, Fifth International Conference on the Protection of the North Sea, March 2002.
  • The Radioactive Waste Management Advisory CommitteÈs Report on The Import and Export of Radioactive Waste. RWMAC September 1997.

Greenpeace si batte contro il riprocessamento delle scorie nucleari, in quanto fattore principale di proliferazione di armi di distruzione di massa e di contaminazione radioattiva globale. I siti di riprocessamento in Europa sono due: Sellafield, Inghilterra, e La Hague, Francia, gestiti rispettivamente da BNFL e AREVA/COGEMA.
L'Inghilterra potrebbe costituire l'opzione più vantaggiosa per Sogin: l'impianto di Sellafield infatti ha già trattato volumi significativi di rifiuti italiani e attualmente “ospita” tutti i rifiuti, il plutonio e l'uranio derivati dal riprocessamento dei materiali provenienti dalle centrali di Latina e Garigliano.
Ma le operazioni di trattamento dei rifiuti nucleari producono una terribile contaminazione ambientale ed enormi rischi sanitari per i lavoratori e le popolazioni circostanti gli impianti. Senza contare il fatto che, come spesso accade, simili attività sono situate in aree povere. La regione West Cumbria dove è situato l'impianto Thorp, Sellafield, è tra le più povere del Regno Unito, con redditi ben al di sotto della media nazionale. Circa il 25% della popolazione rurale ha un reddito al di sotto della soglia di povertà, mentre c'è una tendenza accentuata all'invecchiamento in quanto i giovani, appena possono, scappano per non tornare più.

L'esportazione dei rifiuti nucleari italiani provoca danni sanitari

Gli effetti sanitari e l'elevata incidenza di leucemia e tumori infantili intorno agli impianti di Sellafield costituiscono uno degli argomenti più dibattuti e studiati negli ultimi 20 anni dalla comunità scientifica inglese. Nel 1983 un documentario televisivo mostrò che l'incidenza di leucemia infantile nel paese di Seascale, il centro abitato più vicino al sito di Sellafield, era di 10 volte la media nazionale. Nel 1993 un rapporto governativo (HSE Investigation of leukaemia and other cancers in the children of male workers at Sellafield) calcolò che il numero di casi di leucemia era 14 volte superiore alla media nazionale. L'intera regione di West Cumbria è stata dichiarata zona ad alto rischio sanitario a causa degli alti tassi di tumori e malattie cardiocircolatorie. Disordini alla tiroide e tumori della pelle sono anche al di sopra della media nazionale britannica.
Esami effettuati post-mortem hanno riscontrato concentrazioni di plutonio nei lavoratori di Sellafield pari a 1.000 volte i livelli trovati altrove. Le stesse analisi effettuate su scala regionale, in persone non impiegate a Sellafield, hanno rilevato livelli di plutonio superiori di 250 volte a quelli generalmente riscontrati nelle popolazioni inglesi. Alcuni campionamenti di polveri domestiche effettuati in abitazioni vicine a Sellafield hanno evidenziato una presenza di plutonio pari a 6.000 volte quella registrata altrove (National Radiological Protection Board, 1985).
Plutonio e radioattività sono presenti nel cibo, nei denti dei bambini e sono riscontrati nell'intero Oceano Artico, fino al Canada settentrionale (New Scientist, 10 May 1997).
Nonostante BNFL abbia sempre rigettato qualsiasi legame diretto tra le operazioni di riprocessamento a Sellafield e il devastante quadro sanitario appena illustrato, la società ha negoziato coi sindacati una forma di compensazione finanziaria per quei lavoratori che dovessero contrarre un tumore, sulla base che ognuno di essi ha il 20% di possibilità di cadere ammalato! Nessuna forma di compensazione è stata invece garantita agli abitanti circostanti l'impianto.

L'esportazione dei rifiuti nucleari italiani provoca danni ambientali

Gli scarichi liquidi radioattivi di Sellafield finiscono nel Mare d'Irlanda per un volume di 9 milioni di litri al giorno. Essi contengono un cocktail di circa 30 radionuclidi differenti, così come le emissioni in atmosfera dalle ciminiere. La contaminazione radioattiva degli scarichi e delle emissioni riguarda acque, suoli, sabbia, argille, animali e prodotti agricoli. Negli ultimi 20 anni i livelli di contaminazione sono diminuiti, grazie alla protesta di abitanti e associazioni ambientaliste.
Ma la radioattività dura decenni e decenni. Questa può oggi essere misurata lungo l'intera costa inglese e della Groenlandia, fino alla Svezia e al Canada.
Nel corso della sua attività il sito di Sellafield ha rilasciato oltre mezza tonnellata di plutonio nel mare. A causa dell'azione combinata di venti e maree, il plutonio viene trascinato a riva e sospeso nell'aerosol che ricade sulla costa.
Azioni di monitoraggio indipendenti hanno regolarmente trovato livelli di radioattività 10-15 volte superiori a quelli dichiarati dalle rilevazioni ufficiali svolte regolarmente da enti governativi britannici e da BNFL.

Nel 1999 Greenpeace ha effettuato un monitoraggio su larga scala sia lungo la costa che nell'area circostante gli scarichi liquidi di Sellafield. I risultati mostrano che:

  • molto del materiale analizzato (sabbia, suoli) ha livelli talmente alti di contaminazione da poter essere classificato come rifiuto radioattivo.
  • Alcuni dei campioni hanno livelli di radioattività più alti di quelli riscontrati a Chernobyl dopo la fusione del nocciolo del reattore.
  • I livelli di radioattività riscontrati nell'ambiente intorno a Sellafield sono illegali nei Paesi clienti di BNFL, Italia inclusa.
  • La contaminazione radioattiva riscontrata dipende quasi interamente dalle operazioni di riprocessamento effettuate a Sellafield.

Conclusioni

  • Il governo italiano sta cercando di liberarsi della parte più pericolosa dei rifiuti radioattivi lasciatici in eredità dalla scelta nuclearista operata 40 anni fa, non essendo stato in grado di proporre alcuna opzione per una gestione trasparente e responsabile della contaminazione radioattiva che durerà nei secoli a venire.
  • Il tentativo di esportare il combustibile nucleare irraggiato all'estero è un modo di prendere tempo, un sotterfugio per lasciare alla prossima generazione l'onere di prendere decisioni che sono moralmente e politicamente fuori dalla portata dell'attuale classe governativa.
  • Questa esportazione aumenta inutilmente i rischi per l'ambiente e le popolazioni interessate dal trasporto e alle attività di trattamento del combustibile irraggiato. L'Italia infatti non ha centrali attive che potrebbero utilizzare l'uranio recuperato.
  • Questa esportazione, in ogni caso, non risolverebbe il problema di come sistemare le scorie radioattive di 2° categoria e quelle provenienti dallo smantellamento dei reattori nucleari.
  • L'attuale militarizzazione della gestione delle scorie nucleari italiane sottrae al controllo democratico un processo importante e va completamente rigettata. Gli scenari strategico–militari che si vanno disegnando nel Mediterraneo e nel Golfo Persico, e che vedono l'opzione nucleare ormai vicina alla realtà, richiedono massima chiarezza e controllo democratico sull'intera filiera nucleare italiana.
  • È grottesco che, nel momento stesso in cui si cerca di scaricare su ambienti e popolazioni stranieri il peso di politiche energetiche fallimentari anche dal punto di vista economico, si parli della possibilità di aprire nuove centrali nucleari in Italia. Va ricordato infatti che, senza calcolare i costi eventuali biologici e ambientali di un incidente anche piccolo, il costo dell'energia nucleare è oggi il più elevato tra tutte le fonti energetiche convenzionali (carbone e gas) ed è più caro dell'elettricità da fonte eolica.
  • Non esiste ancora una "soluzione" al problema della sistemazione definitiva delle scorie. La gestione meno rischiosa del combustibile irraggiato è quella dello stoccaggio a secco, che può essere effettuata presso gli impianti opportunamente strutturati - come avviene in molte parti del mondo – in attesa di una sistemazione di lungo periodo, ancora da definire persino in Paesi con un'industria nucleare attiva e con un volume di scorie ben maggiori del nostro come Francia e Gran Bretagna.

Nucleare sotto la lente

  • CENTRALI. Nel mondo, solo India, Ucraina, Russia e Cina stanno costruendo nuove centrali nucleari. Gli stessi Stati Uniti non costruiscono un reattore dal 1979 (dati Aiea – Agenzia internazionale per l'energia atomica).
    In Europa, cinque degli otto Paesi nuclearizzati hanno deciso da tempo la moratoria: Svezia 1980, Spagna 1984, Olanda 1994, Germania 1998 (entro il 2021), Belgio 1999 (entro il 2025). L'unico Paese dell'Ue che ha deciso di costruire un nuovo reattore è la Finlandia. L'Italia ha chiuso con il referendum del 1987. Danimarca, Portogallo, Grecia, Austria, Irlanda e Lussemburgo non hanno programmi nucleari.
    In Italia ci sono gli impianti Enel (la centrale del Garigliano è uscita dall'esercizio commerciale nel 1978; Latina nel 1986; Trino Vercellese nel 1987; Caorso nel 1986) e quelli Enea (l'impianto Itrec della Trisaia ha concluso il ciclo di prove nucleari nel 1978, da allora non ha più riprocessato combustibile; l'impianto Eurex ha terminato le attività di riprocessamento nel 1983).
  • ITALIA. Nell'anno del referendum (1987) l'Italia produceva circa 200 TWh dal nucleare.
    L'unico reattore di potenza allora era Caorso (840 MW). L'impianto che ha avuto diversi episodi di arresto nei suoi 3 anni circa di funzionamento, era in grado di produrre a pieno regime (6–7000 ore/anno) circa 5-6 TWh e dunque meno del 3% della produzione elettrica di quell'anno.
    Già all'epoca l'Italia importava una quota di elettricità superiore al 10% di quella prodotta, e questo perché la Francia esportava sottocosto, avendo una sovracapacità rispetto alle proprie esigenze.
    Il deficit elettrico dell'Italia è attualmente di circa 45 TWh, pari alla produzione di 7 centrali da 1000 MW. Saremmo stati in grado di far fronte a questa quantità se il processo di privatizzazione non si fosse tradotto in un sostanziale rallentamento degli investimenti per recuperare quella potenza elettrica che c'è ma non è disponibile e per rimodernare gli impianti esistenti.
  • PERICOLOSITA'. Le scorie direttamente prodotte da una centrale nucleare sono quantitativamente limitate, nell'ordine di 0,5–1 tonnellata di prodotti di fissione a vita medio–lunga all'anno. Il problema non è tanto di volumi quanto di pericolosità e del fatto che contengono elementi il cui decadimento radioattivo si prolunga da qualche secolo a qualche milione di anni.
    Ma le scorie prodotte lungo tutto il ciclo di fabbricazione nucleare – indispensabile al funzionamento delle centrali – rappresentano volumi assai più significativi, dai residui di lavorazione in miniera all'uranio impoverito che proviene sia dalla fabbricazione del combustibile nucleare che dal ritrattamento delle scorie.
    A fine vita, poi, va considerato che una buona parte dell'impianto – in particolare le strutture metalliche, è scoria. Andrebbe smantellata e depositata in un sito idoneo; alcuni vorrebbero invece che venisse "intombata" costruendo un mausoleo nucleare perenne nel sito.
  • RISCHI. Il rischio è definito come prodotto di una probabilità per l'entità delle conseguenze.
    Così, anche se incidenti nucleari di una certa gravità sono stati pochi – ma molto più frequenti di quelli previsti a suo tempo dall'industria nucleare – il rischio risulta elevato per le conseguenze che si sono avute e si possono avere.
    Con la privatizzazione del settore elettrico in Gran Bretagna, il nucleare è stato di fatto "congelato" per due ragioni: la prima è che il costo industriale del kWh da nucleare è più elevato di quello degli impianti a gas (oltre 6 centesimi di $ contro 4 del gas); la seconda è che nessun'altra fonte presenta i rischi del nucleare e dunque la possibilità nel migliore dei casi (incidenti di entità lieve) di fermo impianto prolungato e nel peggiore dei casi dover risarcire un danno biologico a una popolazione vasta.
  • INCIDENTI. L'incidente di Three Miles Island – di entità media, ma poteva finire peggio– causò l'evacuazione di donne incinte e bambini in un raggio di 8 km; oggi per lo stesso incidente le procedure di sicurezza porterebbero a una azione di prevenzione in un raggio ben maggiore (30–50 km). Con la densità media del nostro Paese si tratta di diverse centinaia di migliaia di persone da coinvolgere per ridurre i danni dall'esposizione a un incidente. Nessuna altra fonte presenta rischi di questo genere.
    Un incidente di gravità maggiore, che sia però una frazione piccola di quello di Chernobyl e che coinvolga un'area di 200 volte inferiore, avrebbe un impatto in pianura padana (assenza di montagne) pari a tutta la Lombardia.
  • BLACK OUT. I black out estivi dovuti a siccità e consumo di punta (anche per i condizionatori) non sarebbero evitabili con più centrali nucleari: senza acqua anche questi impianti andrebbero fermati (l'acqua serve al raffreddamento del reattore). Se esiste una regolamentazione sulla temperatura massima invernale (20 C°) andrebbe adottata anche per il raffrescamento estivo (per esempio a 26 C°). Inoltre, le nuove tecnologie per il condizionamento consentono risparmi dell'ordine del 30%: una politica della rottamazione potrebbe aiutare.
  • RISPARMIO. Gia nel 2001, su 400 milioni circa di lampade installate solo 10 milioni erano a basso consumo (2,5%). Ciò determinava una riduzione della richiesta di picco pomeridiano (invernale) di 420 MW. Se ci fosse una politica di incentivazione all'uso di lampade a basso consumo che portasse la quota a 1/3 dell'installato, avremmo una centrale “virtuale” dell'ordine dei 5.000 MW. Installare le migliori tecnologie in tutti i settori entro il 2012 potrebbe ridurre del 50% i consumi di elettricità: più efficienza e meno centrali, cosa indigeribile per le lobby energetiche.
  • COSTI. Continuano a circolare dati sui costi inattendibili – (vedi, ad esempio, Il Sole24ore del 23/1/2005). Non vanno presi i costi medi – che includono impianti costruiti in epoche diverse a costi diversi e in parte già ammortizzati – ma i costi degli impianti nuovi. Le stime del Dipartimento statunitense dell'energia (DOE) effettuate nel 2004 per impianti che entrano in funzione nel 2010 sono chiaramente a sfavore del nucleare. Infatti danno: 4,97 centesimi/kWh per i nuovi impianti a gas, 5,05 per le nuove pale eoliche, 5,31 centesimi per il carbone pulito e 6,13 per le centrali nucleari. Il costo del kWh del nucleare peraltro è previsto in lieve crescita nel 2025 a 6,33 centesimi.
    A questi costi industriali va aggiunta la conseguenza economica – non solo ambientale e sanitaria – di incidenti. Anche incidenti non gravi, infatti, comportano un fermo impianto potenzialmente lungo che incide sulla produzione. In caso di incidenti rilevanti, poi, chi paga il danno biologico e ambientale? Il principio rimane uno solo: chi inquina paga.
    Tempi di costruzione per centrali di pari potenza:
    • gas a ciclo combinato 2–3 anni
    • carbone pulito: 4–5 anni
    • nucleare 8 - 10 anni
    Il nucleare non riduce i costi, anzi presenta i costi industriali più elevati (senza conteggiare incidenti e imprevisti): in aggiunta, per l'Italia i costi stimati per gli USA non sono credibili. Dovendo ricostruire almeno in buona parte il tessuto di competenze e di tecnologie del ciclo del combustibile, da noi costerebbe certamente di più. Ricordiamo che uno dei fallimenti più clamorosi della storia dell'industria si chiama Superphenix – progetto francese a partecipazione italiana al 33% – che non ha mai funzionato e ha bruciato risorse ingenti: solo per i contribuenti italiani, 5.000 miliardi di lire dell'epoca (anni ‘70-80).
  • BOLLETTA. Fino al 2000 gli italiani hanno rimborsato all'Enel e alle imprese produttrici "per il maggior onere determinato dalla anticipata chiusura delle centrali nucleari" circa 15.000 miliardi di vecchie lire, pagati attraverso le bollette. Da allora, secondo quanto stabilito dall'Autorità per l'energia elettrica e il gas, l'onere nucleare in bolletta è stato ridotto da 3,6 a 0,6 lire per kWh, destinato a finanziare le attività di smantellamento delle centrali e di messa in sicurezza del combustibile nucleare, passate alla Sogin.
    Ora, l'emendamento del governo alla manovra Finanziaria 2005 ha previsto di togliere 100 milioni di euro alla Sogin provenienti proprio dalle tariffe elettriche pagate dagli utenti. Questo vuol dire che è in vista un nuovo aumento delle bollette per rimpinguare il fondo della Sogin per la gestione dello smaltimento dei rifiuti nucleari?
  • SUSSIDI. A dimostrazione di quanto il nucleare necessiti di ingenti sovvenzioni pubbliche per mantenersi in vita diamo due dati esemplificativi. L'Unione europea continua a dare sussidi alle imprese per ricerca e sviluppo nel campo dell'energia nucleare a scapito di altre fonti: nell'ultimo programma quadro per la ricerca europea, le tecnologie nucleari hanno ricevuto più di 1,2 miliardi di euro, mentre le energie rinnovabili solo 390 milioni di euro. L'industria nucleare ha inoltre beneficiato di prestiti stanziati nel quadro del trattato Euratom per un totale di 3,2 miliardi di euro dal 1977. In Finlandia, l'unico paese europeo deciso a costruire nuovi impianti, il governo ha dovuto dare al raggruppamento di imprese che lo realizzeranno una serie di garanzie decisamente svantaggiose per la collettività: sono a carico del pubblico, fra l'altro, i costi di sicurezza della centrale nonché quelli di smaltimento e gestione dei rifiuti radioattivi.

Le alternative

L'eolico: Secondo lo studio di Greenpeace "Eolo o plutonio?" (in francese su www.greenpeace.fr), nel quale il nucleare viene confrontato con l'eolico, è possibile con un investimento equivalente produrre 2,3 volte più energia e ottenere 5 volte più posti di lavoro investendo nell'eolico. A parità di investimento, con l'eolico si darebbe energia al doppio delle abitazioni rispetto al nucleare. L'energia eolica sta vivendo un forte sviluppo tecnologico e una crescita della potenza installata: nella sola Germania, oltre 3.200MW di eolico sono stati installati lo scorso anno e forniscono energia a più di 2 milioni di case. Nell'Unione europea, si prevede l'installazione di 75.000MW di eolico entro il 2010, triplicando la potenza installata oggi e aggiungendo l'equivalente della produzione di 14 grandi centrali nucleari.

Il solare: Secondo il rapporto "Solar Generation 2", presentato di recente a Bruxelles da Greenpeace e dall'Associazione europea dell'industria fotovoltaica (EPIA), un miliardo di persone utilizzerà l'energia fotovoltaica entro il 2020 e nasceranno grazie a quest'industria 2 milioni di posti di lavoro, mentre le emissioni di gas serra si ridurranno di 169 milioni di tonnellate l'anno, l'equivalente di 75 centrali a carbone. Dal 1998 il fotovoltaico cresce del 35% l'anno: entro il 2040, il solare potrebbe coprire oltre il 20% del fabbisogno globale, anche nei luoghi più remoti e senza contribuire ai cambiamenti climatici. Si tratta di un'industria, quella del fotovoltaico, che raggiungerà il valore di 62 miliardi di euro nei prossimi 15 anni.
Paesi come la Germania hanno visto una crescita esponenziale del solare, ma è l'Unione europea che deve impegnarsi e fissare obiettivi vincolanti per il 2020, oltre a bloccare i sussidi ai combustibili fossili e all'energia nucleare. Ogni euro investito in energia solare aiuta il clima, l'innovazione e diminuisce la dipendenza nei confronti dei combustibili fossili.
Secondo la Commissione europea, due terzi del fabbisogno energetico europeo sarà soddisfatto con l'importazione per il 2020: il solare offre un'alternativa a questa dipendenza (il rapporto su: http://eu.greenpeace.org).
Febbraio 2005.


Fonte: L'esportazione dei rifiuti nucleari italiani all'estero: imbroglio o realtà? – a cura di Greenpeace
www.greenpeace.it