Vorrei tornare su un tema toccato da Franco Ruffini 1 in un articolo apparso
qualche tempo fa su questa rivista.Il problema che ci si è posti, a cominciare
da Stanislawskij è quello di avere nello spettacolo teatrale un attore vero,
reale, sincero anche se sta fingendo. Un problema che non può avere soluzione.
Non vi può essere nulla di reale in teatro se non l'attore che recita, a una
certa ora, in un certo posto, con un certo pubblico. L'attore con il suo vero
nome, non con quello del personaggio che interpreta.
Se l'attore spara, secondo copione, al personaggio che ha di fronte, e
qualcuno gli ha sostituito la pistola finta con una vera, e lo uccide,
non muore il personaggio ma il suo collega attore. Al momento della sua
morte inizia la verità, ma sparisce il copione.
Se invece fosse l'attore stesso che ha sostituito la pistola, perché
vuole uccidere il collega, il suo atto sarà sincero e reale, ma solo nel
momento in cui preme il grilletto. Prima e dopo il distacco tra lui attore
e il personaggio può essere colmato solo dalla finzione.
La massaia di Copeau, che fa la polvere sul palcoscenico, e che Copeau
trova sincera, per essere sincera deve avere, almeno, della polvere da
pulire, così l'attore che spara sarebbe più vero se i suoi colpi
uccidessero davvero. Cosa evidentemente impossibile. Sottolineo questo
paradosso per sostenere che, chiunque cerchi di colmare "lo spazio tra
l'attore e il personaggio', cioè di abolire la finzione nel teatro,
fallisce, o finisce "fuori' dal testo abolendo l'autore, o
"fuori" dal teatro.
Se ricordo bene, Stanislawskij, durante la sua ricerca sul lavoro dell'attore
e la messa a punto del suo "metodo', malgrado tutta la sua saggezza
teatrale e la sua grande qualità di attore, non è riuscito a interpretare
alcuni personaggi, mi pare uno di Puskin, uno di Block e forse anche
l'Otello di Sakespeare. Cioè, penso che non sia riuscito a essere
"credibile" in primo luogo a se stesso, in quelle parti.
Malgrado, almeno per Block, tre anni di prove.
Qualcuno ne trovò la causa nella prosa lirica dei tre autori, lontana dal
suo realismo. Io credo che invece fossero i personaggi, così lontani da
lui da rendere impensabile la possibilità di colmare lo spazio che li
divideva. Forse Stanislawskij, impegnato nella ricerca della verità
dell'attore, non si consentiva più i livelli di finzione necessari a
colmare quegli spazi.
È straordinariamente interessante che questo movimento di ricerca
teatrale, a cominciare da Stanislawskij quando fece il suo laboratorio
con Sulerzikij, abbia cercato di formare una comunità teatrale a forte
contenuto etico. Dice Stanislawskij: "Sulerzikij sognava di creare con
me qualcosa come un ordine spirituale di artisti. I suoi membri dovevano
essere di ampie vedute, di idee elevate, di vasti orizzonti, che
conoscessero l'animo umano, che aspirassero a nobili scopi e capaci
di sacrificio per un'idea" e che vivessero fuori città, ricavando da
vivere anche coi lavori agricoli. Disciplina monastica che è stata la
regola anche dei gruppi di Grotowski e Barba.
Perché questo? è forse l'idea che facendo di sé un uomo più ricco,
più universale, di più vasti e nobili, e di più universali sentimenti
ci si può avvicinare a un numero maggiore di personaggi del teatro?
Che una grande anima può contenere in sé il mondo? è un processo di
ascesi, verso la santità, o verso Dio (onnicomprensivo)?
La ricerca della verità nel teatro è diventata la ricerca della
verità: una grande utopia.
Il risultato è che andare a uno spettacolo di Barba, o ieri di
Grotowski, è un rito.
Come in chiesa si "sentÈ molto, e con la ragione si capisce
poco. Si è fulminati dalla sacralità, dal rigore, dalle capacità
molteplici degli attori. Più che un mestiere o un lavoro, si sente
che per quell'attore è una scelta di vita. Severa e lontana da mondo.
Nello spettacolo essi si fanno vedere, escono dal loro monastero
e possiamo vederli. Questo è il loro principale atto teatrale.
Essi si mettono in scena. Non è Giuditta e Oloferne, ma Roberta
(Carreri) e Oloferne. E così essi trovano la verità, e noi la
"sentiamo".
È straordinario ed entusiasmante ogni loro spettacolo. Non è
però la soluzione del problema. Qui il personaggio si è annullato
nell'attore. Il conflitto è stato risolto abolendo uno dei termini
del problema. Io credo.
Per ultimo, come dice Franco Ruffini, Grotowski, alla conclusione
del suo lavoro di ricerca, è giunto a quell'"atto totale" che "nella
sua essenza è estraneo allo spettacolo".
Sono forse gli straordinari risultati ottenuti da tutti questi maestri
di teatro che hanno un po' offuscato la loro sconfitta.
Ci sono voluti milioni di anni per separare il pensiero dall'azione.
In fondo questo è ciò che ci ha permesso di sopravvivere e di accrescere
il nostro dominio sulla natura.
Mi sovviene di Marcello Cini e del suo libro l'ape e l'architetto da
lui messo all'inizio del suo libro. L'architetto progetta tutto prima,
senza agire, l'ape agisce e nella sua azione è compreso il pensiero.
Si può anche dire che agisce senza pensare. Ma fa una ottima costruzione
per cui qualcuno deve aver progettato (Dio?).
"Il corpo è la mente", come dice Ruffini nel suo scritto. Questo è vero
per l'ape, non per l'architetto.
è certamente vero che la separazione tra il pensiero e l'azione, tra
la parola e l'atto, tra il corpo e la mente ha permesso la crescita
della civiltà, ma c'è qualcosa di nuovo oggi? Si può pensare, oggi
che è forse vero anche il contrario?
Quando, distruggendo/superando il lavoro artigianale, la produzione
taylorista–fordista separa il pensiero dall'azione, nasce
l'alienazione. La negazione e la sottrazione delle conoscenze
dell'artigiano e della sua azione con esse coerente, sostituite
con un gesto meccanico e stereotipato, ripetitivo al servizio di
una macchina che pensa per l'operaio, porta a una crescita della
produzione, ma forse a un arretramento della civiltà, a uno
spossessamento del pensiero dei tanti da parte di pochi. Ed essendo
il lavoro il principale rapporto dell'uomo con la natura ciò porta
alla loro separazione, da cui nascono i grandi pericoli che oggi sappiamo.
Ora, la ricerca sul teatro di Stanislawskij, di Copeau, di
Grotowski e di Barba si pone come fine una utopia irrealizzabile,
ma essendo la loro ricerca, in fondo, una ricerca della essenza
dell'uomo, ciò ha richiesto loro un impegno totale e una tensione
etica che ha portato a scoperte di grande importanza.
Il loro lavoro suggerisce le seguenti riflessioni: non può essere
che la separazione tra pensiero e azione, che è stato lo strumento
che ha consentito il primato dell'uomo sulla natura, si sia
riprodotto come separazione dell'uomo dalla natura e da se stesso
e che a questo livello della produzione, dell'economia e della
società, ciò sia un grave e pericoloso regresso? Non è pensabile
che a un certo livello di sviluppo della società sia possibile,
anzi, si vada verso, la riunificazione di corpo e mente? Potremmo
giungere nella produzione a una fase in cui sia totalmente abolito
il lavoro manuale e che quindi il pensiero "sia subito azione"?
Mi ha sempre impressionato, nel film di Kubrik 2001 Odissea
nello spazio, che il primo pensiero che nasce nell'orango sia
di violenza. Pensiero giustificato perché la violenza fu l'unico
modo di garantirsi la sopravvivenza.
Non è possibile che siamo giunti, o che giungeremo, liberati dal
bisogno, a un livello così superiore nell'evoluzione dell'uomo
in cui il primo pensiero sia l'amore, la pace, la solidarietà,
l'armonia, e quindi non sia più necessaria la doppiezza (cioè la
separazione tra l'impulso e la ragione e l'azione) per avere la
pace tra gli uomini?
In questo senso, credo, lo scritto di Franco Ruffini, e il lavoro
del teatro che lui chiama "sotto la pelle", sono una provocazione
alla politica molto utile. Non solo perché il "teatro sotto
la pelle" indica che un lavoro fatto bene richiede un'etica,
una concezione del mondo e un impegno totale, ma perché ogni azione
sia sincera, credibile e, quindi, constituisca un atto politico,
deve essere illuminata da una utopia concreta, che attenga alla
vita degli uomini. Non solo perché indica nel lavoro collettivo
e nella fraternità tra gli attori e nel loro rapporto con la
natura i fondamenti per ricercare la verità, ma anche perché,
tentando di colmare la separazione tra il personaggio e l'attore,
Stanislawskij, Copeau, Grotowski e Barba possono averci mostrato,
col loro lavoro, che l'uomo è separato da se stesso. E questo è
un problema politico.
Fonte: La maschera e il volto – Enrico Bosio
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