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Il comune di Sesto Fiorentino distrugge e non "edifica": sgombero al campo Rom

Inumano sgombero del campo rom dell'Osmatex, a Firenze.
"Cabina Teatrale di Saverio Tommasi" ospita una famiglia di rom rimasta senza rifugio.
Appello di Saverio Tommasi ai direttori degli altri teatri fiorentini: "Aprite anche voi i vostri spazi. Cultura significa accoglienza".

All'alba di venerdì 15 gennaio 2010 sono iniziate le procedure per la cosiddetta "bonifica" del campo rom dell'Osmatex, in provincia di Firenze. In poche ore il campo è stato raso al suolo.

Alle famiglie è stata negata anche la possibilità di recuperare i pochi effetti personali allinterno delle baracche.

Donne, bambini, anziani, uomini, sono stati lasciati su un piazzale lungo via Pratese, senza possibilità di ripararsi dal freddo, né di cucinarsi un pasto caldo.

Le istituzioni, che avrebbero dovuto provvedere a trovare soluzioni per accogliere queste persone, si sono dimostrate indifferenti: tutta la vicenda si è svolta nella loro totale assenza: irreperibile il Comune di Sesto Fiorentino nella cui area sorgeva l'accampamento, ma anche il vicino comune di Campi Bisenzio e quello di Firenze. Verrebbe da chiedersi dove stia, nei fatti, la differenza fra una amministrazione che si autodefinisce di centrosinistra, democratica, e organizzazioni di destra come Casaggì e Azione Giovani, che festeggiano il Natale solidale, sì, ma solo con gli italiani senza un tetto, per gli altri solo polvere e privazione di dignità.

Aver distrutto i loro rifugi senza prevedere una sistemazione alternativa, addirittura in una settimana di freddo violento, significa aver compiuto un atto criminale. Una violazione dei diritti umani.

Cabina Teatrale si è fatta, non da sola ma prima fra i teatri fiorentini, portatrice di accoglienza per una delle famiglie cacciate: padre, madre ed Elisa, la bambina di cinque anni. In attesa che finalmente, qualcosa, si muova. Dipende da noi, costruttori di storie, creare nuove relazioni umane, aprire spazi, allargare coscienze.

Il mio invito è ai teatri, ma anche alle chiese, ai circoli: non è il momento delle parole, ma di rispondere con atti di accoglienza al grido dei respinti.